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Orecchini

Vi propongo un breve racconto scritto da Giuseppe O. Longo professore emerito di Teoria dell’informazione all’Università di Trieste. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica. All’attività scientifica affianca l’attività narrativa, autore di romanzi, racconti e opere teatrali. Saggista e divulgatore ha pubblicato su riviste letterarie tra cui “Il banco di lettura”, “Linea d’ombra”, “Nuovi argomenti”, “Resine”, “Il racconto” e “Tratti”. Mi ha fatto dono di un suo scritto che, ispirato ai miei orecchini visti sul sito… è, come dice lui “una divagazione non priva di carica erotica e di ricerca terminologica”. Spero che vi piaccia e se volete lasciarmi un commento sulla mia mail ne sarei davvero felice. Buona lettura.

Una mia cliente con i famosi orecchini pendenti…

Da quando la sua amante gli aveva rivelato che gli orecchini lungopendenti le procuravano un titillamento erotico quasi insopportabile nella sua intensità, da quando era stato imprigionato nell’alterno oscillare di quei gioielli, discreti o fastosi, preziosi o modesti, Ippolito fissava tutte le donne che portavano pendenti, orecchini, buccole per scoprire nei loro occhi, nel rabbrividire dell’epidermide, nel socchiudersi delle palpebre come in ascolto di una musica interiore, i segni rivelatori di quel godimento estremo. Era il passaggio, rapido ma lancinante, del piacere, quel piacere che fa arrovesciare gli occhi nel momento supremo e che si diffonde in tutte le membra come il calore di una bevanda alcolica: se ne beve un sorso e subito se ne desidera un altro, e un altro ancora, allo sfinimento.

Vermeer fu il maestro imitato e ineguagliato: il lucore dell’orecchino di perla risalta nell’oscurità che circonda il volto della ragazza dagli occhi quasi spauriti per la scoperta dell’erotismo che se ne sprigiona. E di lì si irradia la magia dei pendenti, incarnata nel metallo – oro, argento, bronzo, nichel, alpacca – nella roccia viva, grezza e levigata, lapillo, marmo – nelle pietre dure intrecciate di platino – nell’ambra preziosa, sangue rappreso di conifere antiche, nel corallo rosso come l’amore o giallo come l’invidia, e poi alabastro, ardesia, arenaria molata, basalto, calcedonio, cristallo di rocca, diaspro, giada, granato, lavagna, mica, quarzo, selce, travertino, vetro policromo e poi ametista, berillo, aragonite, calcedonio, lapislazzuli… in un tripudio di forme, di colori, di consistenza, di lisciore, uno sfavillio che sale dagli anditi oscuri della coscienza per portare messaggi incomprensibili e giusti allo stupore delle mani, degli occhi, delle labbra protese e desideranti. 

Ippolito ammirava quello sbigottimento in cui la profondità tellurica, dove germina la pietra e sboccia il metallo, affiora per un attimo fragile e sublime come il bordo fiammeo delle nubi nel cielo del primo meriggio. Sentiva ogni volta di vivere qualcosa di enorme e incomprensibile, che aveva a che fare con la donna, con quegli orecchini penduli e oscillanti ad ogni tremore, con la vita che passava senza appello come una sirena che lungamente ci ridice addio.

Giuseppe O. Longo

Gorizia, 6 aprile 2020